Con 434 voti favorevoli, 128 contrari e 104 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato ieri in plenaria una risoluzione che condanna fermamente la repressione transnazionale e chiede all’Unione europea e agli Stati membri di adottare un approccio di tolleranza zero contro questa minaccia crescente alla democrazia e ai diritti umani.

“Per molte persone che vivono in esilio in Europa, la distanza non garantisce la sicurezza” ha affermato la relatrice Hannah Neumann dei Verdi, che ha guidato i lavori sul dossier. “I regimi autoritari cercano attivamente di mettere a tacere i critici al di là dei propri confini. La repressione transnazionale è diventata una delle minacce più serie e trascurate alla democrazia, ai diritti umani e alla sicurezza degli Stati membri dell’UE”. Da qui l’impegno del Parlamento europeo per contrastarla.

Con “repressione transnazionale” si intendono gli atti deliberati o le minacce compiute da Stati e regimi autoritari, entità affiliate agli Stati o loro intermediari, per difendere i propri interessi oltre confine intimidendo, mettendo a tacere, costringendo o danneggiando individui o gruppi che vivono all’estero, compresi le reti di supporto e i familiari.

Il fenomeno è documentato su scala globale da Freedom House, il cui database copre dieci anni di dati, dal 2014 al 2024, e registra 1.219 incidenti fisici perpetrati da 48 paesi in 103 stati ospitanti. Quasi l’80% di tutti gli episodi è attribuito ai primi dieci stati responsabili, tra cui Cina, Turchia, Tagikistan, Russia, Egitto, Cambogia, Turkmenistan, Iran, Uzbekistan e Bielorussia.

All’interno dell’Unione europea, gli stessi dati riportano 139 episodi in cui lo stato ospitante è un Paese membro. La forma più comune è la detenzione, che rappresenta il 46,8% dei casi, seguita dalle deportazioni illegali (20,1%) e dalle minacce credibili (10,8%). Polonia, Francia, Germania e Svezia sono i Paesi dell’UE con il maggior numero di incidenti registrati.

L’assenza di una definizione comune a livello europeo, sottolineano gli eurodeputati nel testo approvato, contribuisce scarse denunce del fenomeno, limita le risposte politiche efficaci e ostacola l’uso degli strumenti di responsabilizzazione, inclusi i meccanismi sanzionatori.

La longa manu del Cremlino 

La Russia è uno dei protagonisti più aggressivi della repressione transnazionale a livello mondiale: le sono attribuiti 86 episodi nel database di Freedom House e, con 33 casi, è il Paese di origine con il più alto numero di incidenti all’interno dell’UE.

Prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, il Cremlino tendeva a prendere di mira soprattutto figure di alto profilo: ex oligarchi, finanzieri e appartenenti ai servizi di sicurezza. I metodi erano deliberatamente spettacolari e inequivocabilmente attribuibili a Mosca come dimostra l’avvelenamento di Alexander Litvinenko nel 2006 con polonio radioattivo e quello di Sergei Skripal e sua figlia con l’agente nervino novichok nel 2018.

Con l’invasione dell’Ucraina e la fuga di massa di dissidenti e renitenti alla leva, la strategia si è allargata. È aumentato il ricorso alla coercizione familiare – tecnica in cui agenti dei servizi di sicurezza si presentano ai domiciliari dei parenti in Russia – e si è intensificato lo sfruttamento di intermediari criminali per condurre operazioni di sorveglianza e attacchi fisici sul suolo europeo. Un esempio recente è quello di un network bulgaro smantellato nel Regno Unito che lavorava per conto della Russia per sorvegliare e colpire dissidenti russi all’estero.

In parallelo si muove la campagna condotta dalla Repubblica cecena di Ramzan Kadyrov, che da due decenni perseguita la diaspora cecena in Europa con una rete capillare di sorveglianza, infiltrazioni e violenze, inclusi omicidi e tentati omicidi in Francia, Svezia, Germania, Austria e Turchia.

Cina e Iran: metodi diversi, obiettivo comune

La Cina è descritta nello studio come il Paese con la campagna di repressione transnazionale più sofisticata, globale e sistematica al mondo. Sono 272 gli episodi documentati nel database di Freedom House dal 2014 a oggi, dieci dei quali registrati in cinque Paesi europei, un numero che gli esperti considerano probabilmente sottostimato data la natura prevalentemente non violenta e difficilmente rilevabile dei metodi cinesi.

Pechino privilegia forme di coercizione indiretta come pressione sui familiari rimasti in patria, sorveglianza digitale attraverso piattaforme come WeChat, campagne di spear phishing contro esponenti di spicco della diaspora uigura e tibetana, e il tentativo di rimpatriare forzatamente presunti corrotti tramite le Operazioni Fox Hunt e Sky Net. Tra i casi più gravi documentati in Europa, quello dell’editore svedese Gui Minhai, rapito in Thailandia da agenti cinesi nel 2015 e ancora detenuto in Cina, rispetto al quale Parlamento europeo ne aveva chiesto il rilascio incondizionato in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa nel 2025.

L’Iran, con 47 episodi totali e 14 registrati nell’UE, privilegia invece un approccio più violento. Mosca a parte, è il paese che più si affida ad attentati e minacce credibili di violenza fisica contro esuli e giornalisti. Teheran si è tradizionalmente avvalsa dei propri apparati di intelligence per condurre operazioni all’estero. Negli ultimi anni, però, ha stretto legami sempre più stretti con reti criminali organizzate, come il network Zindashti e il network Foxtrot, quest’ultimo guidato da un boss criminale svedese-iraniano e responsabile di una serie di atti di intimidazione e sabotaggio in Svezia, con il reclutamento di giovani attraverso piattaforme online come Telegram.

Le strategie di contrasto

Il report adottato ieri delinea un pacchetto articolato di misure per rispondere al fenomeno. In primo luogo, gli eurodeputati chiedono alla Commissione europea, al Consiglio e agli Stati membri di adottare una definizione comune di repressione transnazionale e di integrarla in modo sistematico nelle politiche e negli strumenti dell’UE.

Tra le misure concrete proposte figurano: una migliore raccolta di dati per monitorare e documentare i casi; formazione specializzata per le forze dell’ordine e per i funzionari preposti all’immigrazione e all’asilo; facilitazione dello scambio di buone pratiche tra gli Stati membri; e la nomina di un coordinatore UE contro la repressione transnazionale, che potrebbe contribuire a sviluppare una strategia complessiva e ad affrontare le minacce digitali, l’abuso dei mandati di arresto Interpol e la cosiddetta coercizione consolare, ovvero le pressioni esercitate da ambasciaste e consolati sui loro cittadini all’estero.

Il Parlamento chiede inoltre che la repressione transnazionale venga integrata nell’Action Plan dell’UE sui diritti umani e nella democrazia, che venga inclusa tra i rischi sistemici disciplinati dal Digital Services Act e che le esistenti sanzioni europee vengano applicate con maggiore rapidità e determinazione anche contro le reti di intermediari.

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